MENTE, BIOLOGIA, EVOLUZIONE

Passo tratto dal libro: “La mente che scodinzola- Storie di animali e di cervelli” di Giorgio Vallortigara , un interessante spunto di riflessione sul nostro mondo: animali, biologia, comunicazione, evoluzione…

“Ci sono due idee sulle menti e sui cervelli che diamo per assodate. La prima prende origine dalla concezione secondo cui esisterebbe una sorta di scala ascendente delle creature viventi, che vedrebbe collocate sui gradini più bassi le creature meno complesse e meno evolute e agli apici quelle più complesse ed evolute. Tale gerarchia si applicherebbe a tutte le strutture dell’organismo, cervello incluso. Vi sarebbe perciò anche una scala ascendente e progressiva delle funzioni mentali, con la sommità occupata dalla nostra specie. La seconda è l’idea che i cervelli servano a darci una rappresentazione veridica della realtà. Le due idee hanno in comune vari aspetti tra cui quello di essere sbagliate.

I biologi sanno che per gli organismi viventi – gli unici che possiamo studiare direttamente per ciò che riguarda il comportamento e i tessuti molli come il cervello – non ha alcun significato parlare di specie più o meno evolute. Tutte le specie viventi sono egualmente evolute. […]

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Tuttavia quel che si ha in mente di solito quando si parla di specie più o meno evolute non è un criterio di storia filogenetica, bensì di complessità di struttura. […]

È un fraintendimento comune quello per cui l’evoluzione determinerebbe un aumento di ordine e complessità. […] Non è questo il modo in cui la biologia moderna concepisce l’evoluzione. L’evoluzione implica cambiamento, ma non necessariamente progresso. E progresso poi, rispetto  a che cosa? Gli ambienti cambiano e ciò che è ben adattato oggi può non esserlo più domani, in circostanze diverse. È sbagliato ritenere che una struttura che mostra una certa complessità in una specie quale la conosciamo oggi non possa essere derivata da una struttura che era in origine più complessa, anziché meno complessa, nella specie ancestrale. […]

Perciò l’evoluzione per selezione naturale non implica la costruzione di cervelli sempre più complessi, perché non è la complessità di struttura il criterio su cui opera la selezione naturale, bensì la sopravvivenza selettiva e la riproduzione. Chi ha detto che ci si debba riprodurre di più con un cervello più complesso? […]

La complessità della vita mentale è associata tradizionalmente al fatto che gli esseri umani possiederebbero una migliore, più completa rappresentazione della realtà. Non c’è dubbio che il confronto tra le diverse specie riveli capacità differenti.[…]

Intuitivamente diremmo che poichè gli organismi vivono e agiscono in questo mondo, i cervelli dovrebbero essersi evoluti per darne una rappresentazione fedele. Cervelli con complessità differenti dovrebbero cioè approssimare sempre meglio la complessità del mondo.[…] Ma non è detto che una rappresentazione fedele sia più efficace di una una infedele ai fini della sopravvivenza e della riproduzione.[…]

Il mondo naturale è ricco di fenomeni che rappresentano trucchi e inganni espliciti rispetto all’effettivo stato delle cose: dagli stimoli-chiave, ai segnali infantili, al mimetismo, solo per menzionarne alcuni.[…]

Gli etologi hanno compiuto grandi progressi nello studio della comunicazione animale quando si sono resi conto della falsità dell’assunto secondo il quale la comunicazione serve a trasmettere informazioni veridiche. In natura la comunicazione animale serve principalmente per ingannare e imbrogliare. La percezione dovrebbe essere considerata alla stessa stregua: le nostre percezioni non sono state plasmate dalla selezione  naturale per darci un’immagine veridica del mondo, quanto piuttosto per ingannarci sufficientemente bene per sopravvivere nel mondo.[…]

Se quello che conta per gli organismi è sopravvivere e riprodursi, la selezione naturale deve avere inventato (come in effetti ha fatto) una varietà di trucchi e scorciatoie ai fini dell’esecuzione del comportamento più adeguato in un certo ambiente. Trucchi e scorciatoie che fanno del nostro mondo percettivo non un’approssimazione a come il nostro mondo è davvero, ma a come sia più conveniente rappresentarlo. Un teatrino, una grande illusione. La nostra prigione.”

Natura, Indagine, Scienza

La Natura è affascinante e la Scienza può essere un utile strumento che permette all’uomo di scoprirla. Citando alcuni passi del libro “L’Aggressività” di Konrad Lorenz, leggiamo:

<<…Ma ogni domanda alla quale si possa dare una risposta ragionevole è lecita, ed è inammissibile che il valore e la bellezza di qualsiasi avvenimento naturale possano venir pregiudicati a volersi rendere conto del perché questo sia fatto così e non altrimenti.
L’attitudine dello scienziato non può venir meglio espressa che in questa succinta formula di Willam Beebe: “L’essenza delle cose val certamente un’ indagine; ma è il loro perché a dar valore alla vita“.
L’arcobaleno non è diventato né meno commovente né meno bello perché abbiamo imparato a capire le leggi di rifrazione della luce […] 
Ma fra il vedere e il poter dimostrare una differenza ci corre, quella che cioè divide l’ arte dalla scienza.>>. 
Rainbow

La Scienza è però uno strumento potente che può anche diventare diventare pericoloso nelle mani dell’uomo:

<<..L’aggressione intra-specifica degli animali consegue ben difficilmente esiti mortali. I rappresentanti di una stessa specie (il fenomeno riguarda in modo particolare i vertebrati) combattono tra loro per la gerarchia, il territorio o la femmina. In generale, tuttavia, questi conflitti presentano una caratteristica davvero stupefacente, e che ne limita enormemente la pericolosità, sono, cioè, “ritualizzati”. Un comportamento aggressivo “ritualizzato” è formato da un insieme di elementi abbastanza stereotipati e convenzionalizzati, come grida, esibizioni di parti corporee a effetto terrifico, movimenti alterni di avvicinamento, fuga, accerchiamento, atteggiamenti di minaccia o di resa incondizionata; ben difficilmente le armi micidiali dei contendenti, zanne, artigli, corna ecc. sono impiegate per uccidere… Sembra che parallelamente al formarsi di strutture morfologiche ad alto potenziale offensivo, come per l’appunto, le zanne e gli artigli, siano comparse nell’evoluzione delle inibizioni che ne “regolamentano” l’uso… Queste inibizioni hanno, quindi, un valore enorme per la conservazione della specie. Nell’uomo le cose sono andate ben diversamente. Le sue guerre sono caratterizzate da un processo di progressiva “deritualizzazione” e quindi da uno spaventevole aumento di pericolosità… Le armi dell’uomo sono un prodotto tecnologico, un oggetto realizzato sul ritmo del tempo storico, enormemente accelerato rispetto al tempo evolutivo. Noi siamo, nell’impiego delle armi, degli animali quasi totalmente “disinibiti” a livello istintuale.

[…] Si rinfaccia oggi molto spesso alla scienza di aver richiamato terribili pericoli sull’umanità, avendole dato troppo potere sulla natura… La minaccia che pesa sull’umanità attuale non è tanto la sua potenza nel governare fenomeni naturali quanto la sua impotenza nel dirigere ragionevolmente processi sociali>>.

Il libro è stato pubblicato nel 1963, ma direi che queste riflessioni possono essere tutt’ora valide per la realtà dei giorni nostri.Come si evolverà il nostro progresso? Saremo in grado di utilizzare correttamente la Scienza e di non farci sopraffare dalle nostre stesse armi, apprezzando ed usando al meglio quello che la Natura ci ha dato?